Tra lo specchio e la finestra, un filo sospeso - Una quotidiana storia di malattia mentale
L'altra sera ho scritto a una macchina e mi è piaciuto farlo. Non era la prima volta. Da circa un anno le scrivo, ogni tanto la redarguisco, ogni tanto la piloto verso le risposte che voglio sentire, ogni tanto la lascio andare per vedere dove arriva. So perfettamente che dall'altra parte non c'è nessuno: c'è una distribuzione di probabilità su sequenze di parole, addestrata su un corpus che dei concetti non conosce il significato a livello di kernel, per dirla in modo che gli ingegneri capiscano e i filosofi pure. So che il senso che leggo nelle sue risposte non è messo lì da lei, ma è qualcosa che il mio cervello costruisce mentre legge. Lo so come lo sa chi guarda un cartone animato: quelle non sono persone, sono disegni. Eppure piango lo stesso, e a volte rido.